“La musica non si tocca”, eppure è lei a toccare noi, quando scegliamo di cercarla davvero. Parlo di quella musica che risuona dentro, che attraversa le parole e le trasforma, spogliandole del loro significato abituale per farle diventare altro. Anche una frase nata da un semplice racconto di sé può custodire qualcosa di essenziale: elementi che si espandono, cambiano forma, si moltiplicano nel momento in cui riusciamo ad allargare lo sguardo. Ed è proprio lì che avviene una sorta di alchimia: le parole smettono di essere soltanto parole e diventano canzone. Ma a cosa serve tutto questo? A cosa serve scrivere una canzone? Prima di tutto ad ascoltarci. Ad ascoltare ciò che il nostro inconscio prova a rivelare, qualcosa che magari, attraverso una melodia o un verso, può diventare rivelazione anche per altri. In un tempo sociale dominato dall’individualismo, la canzone può diventare un atto di consapevolezza e di felicità. Una felicità che non resta individuale, ma che inevitabilmente modifica anche ciò che ci circonda, se troviamo la strada per esserlo davvero. La nostra strada, diversa per ognuno. Ma tutti sono pronti per percorrerla?

Qualcuno ci ha provato: un gruppo di apprendisti alchimisti che è entrato in una sala di BolognaFiere e, tra racconti, esercizi e condivisioni, si è ritrovato dentro un bosco: il bosco di “Nato storto”. Gli apprendisti, dai ventidue anni in su, erano ex cantautori, cantautrici alle prime armi, musicisti già avviati, persone del settore che probabilmente si aspettavano qualcosa di diverso, forse di più tecnico. E infatti, nella lunga prima parte del laboratorio, durata un’intera giornata, ha prevalso spesso la curiosità per gli aspetti pratici del mestiere: strutture, strumenti, metodi, meccanismi della scrittura. Poi però qualcosa si è spostato. Quel luogo immaginario ma reale nella sua gestazione ha iniziato a prendere forma attraverso il contributo di ciascuno: una frase, una nota, un canto, un frammento di sé, fino a creare una canzone collettiva dal titolo: “Nato storto”.

Ed è forse proprio lì che si percepisce la differenza: quando una canzone nasce come puro atto creativo, non può che attingere alla bellezza e, allo stesso tempo, generare bellezza. Diverso è quando cambia il fine: quando tutto diventa simulazione, omologazione, imitazione di un linguaggio che non appartiene veramente a chi lo usa. Eppure un cambio di prospettiva del genere non avviene automaticamente, né allo stesso modo per tutti. Per alcuni, forse, questo laboratorio è stato soltanto un primo scarto, un’incrinatura nelle abitudini con cui guardano alla scrittura e alla musica; per altri potrebbe restare un’esperienza lontana, persino difficile da accogliere davvero. Perché non tutti cercano nella canzone un attraversamento interiore, e non tutti sono disposti a mettere in discussione il proprio modo di creare.
E forse l’aspetto più prezioso è proprio che questo processo trasformativo non riguarda soltanto la scrittura di una canzone, ma può accadere in qualsiasi momento della giornata, se coltiviamo uno sguardo capace di osservare davvero.

Tutto questo è accaduto a Eufonica, durante il viaggio con il laboratorio “Alchimia delle canzoni”: un attraversamento umano e creativo condotto da Roberta Giallo, che più che imporre un metodo ha aperto continuamente domande, lasciando che ciascuno trovasse un proprio modo di abitare le parole e il suono. Ha aperto le sue valigie riempite in trent’anni di esperienza, a partire dal suo primo brano scritto a undici anni. Valigie colme di studio, incontri, ricerca, cadute, lacrime e scoperte, offerte con la generosità di chi ha trasformato il proprio cammino in una luce da condividere con gli altri.

Perché certe canzoni non nascono per essere spiegate, ma per accendere presenze, aprire passaggi interiori. E da quel bosco, forse, qualcuno è tornato con una voce più vicina alla propria verità.

Foto di copertina Gianni Ballini