Un vortice di bellezza

Appena usciti da una cena stratosferica, smaltiamo con calma passeggiando senza una meta. L’aria è calda come un phon a velocità media e la cattedrale di San Pietro ha il portone spalancato. A fianco un cartello promuove la visita al campanile, così senza preavviso m’infilo nella chiesa per avere informazioni. La ragazza mi risponde che una visita è appena cominciata e possiamo unirci. Mio marito è perplesso ma io ho già un piede dentro e così andiamo. Raggiungiamo un piccolo gruppo e saliamo con tutta la cena sullo stomaco fino in cima in un vortice di bellezza. Infine scopriamo le campane e la loro storia mentre riprendiamo fiato sfiniti. Ma la discesa è molto peggio grazie alle mie zeppe scivolose che mi fanno appoggiare alle pareti come un anziana…arrivati in fondo sono felice, felice come non mai. Felice come ogni volta che scopro una meraviglia della mia amata Bologna.


@cattedraledisanpietro #vorticedibellezza #campanile #zuccazoe

Il campanile della cattedrale di San Pietro

È una cosa strana…

Al quinto Docu-Concerto di Testimonianze Musicali, presa alla sprovvista, sono stata chiamata da Valter per rispondere a qualche domanda. Le enormi soddisfazioni avute con i Vecchioni di Mariele e per il lavoro di idealizzazione e realizzazione del Docu-Concerto mi hanno acceso lo spirito per andare avanti nella ricerca e nella continuazione del proposito…

Credevo fossero solo canzonette!

Nella pausa pranzo corro a visitare la mostra “NOI…NON SONO SOLO CANZONETTE” a Palazzo Belloni fino al 12 aprile. All’ingresso mi accoglie il personale molto gentile, che mi consegna un accredito stampa (che fierezza…)
Appena entro noto gli oggetti tecnologici del passato sparsi per le sale, quelli che mi riportano all’infanzia e ai tanti posti dove sono stati appoggiati.

Ormai questo “senso di nostalgia” ho capito che fa parte del mio modo di essere e non lo rinnego più. Mi ci lascio cullare mentre percorro le sale della mostra. Osservo le foto, ci entro dentro leggendo le didascalie e mi accorgo di quante cose non so, non conosco, non ho mai approfondito mentre un video mi scuote, con la voce del cronista tragica, seria, profondamente angosciante. In questo tono della voce mi accorgo di come cambi l’umanità, sempre più abituata

alle disgrazie, esposte da voci televisive e radiofoniche sempre più “disumanizzate”. Anche la voce è musica e mi stupisco di quante riflessioni possano concentrarsi dopo pochi metri dentro una mostra. Ci sono foto meravigliose, altre conosciute ma riviste con occhi da adulta. Quel sedere con il jeans cortissimo ha tappezzato metri di muri con i cartelloni pubblicitari e chissà quanti adesivi appiccicati nelle camerette, sulle automobili e chissà dove. Giro sola nella penombra, leggo a fatica le diciture e m’illumino dalle luci della disco music quando incrocio il poster della febbre del sabato sera. John col suo collo a punta e la faccia da schiaffi mi guarda e sembra dirmi: “Eccomi, ci sono anch’io” ricordandomi quanto sia stato presente in casa mia in quegli anni.
Molta musica e zero politica.

Finalmente trovo la canzone che cercavo proprio nella sezione “MUSICA RIBELLE” che fotografo e filmo. Trovare un brano dello Zecchino d’Oro all’interno di una mostra, mi rende contenta perché spiega il senso di un testo che va al di là della canzoncina orecchiabile. Racconta la formula che ha inventato lo Zecchino d’Oro di comunicare concetti intelligenti ai bambini con le parole adatte.

E mentre trovo le canzoni “I figli delle stelle” e “Splendido splendente” rimango a bocca aperta nella scoperta del loro significato…credevo fossero solo canzonette!
Visitando il resto della mostra, incrocio visi noti, percorro lotte femministe, rivoluzioni, conquiste che hanno coinvolto chissà quante persone con le loro storie, il loro vissuto, il loro credo. Confesso che sono scombussolata, come se avessi fatto un giro su una macchina del tempo dove la mia testa ha viaggiato alla velocità della luce.

Viaggio per il mondo in Via Bentivogli

Mi sento leggera come una piuma nonostante il caldo, svolazzante come la gioia che indosso ogni volta che mi aspetta un concerto. Parcheggio e m’incammino verso Via Bentivogli con la mia borsa di juta che nasconde Topo Gigio, la nostra simpatica mascotte. Attraverso, m’infilo nella via e cambiano i rumori: dal traffico delle auto a quello di pentole, tamburi, suoni accoglienti. Guardo frettolosamente le bancarelle tutte diverse, nei colori e negli odori e sto viaggiando il mondo, infatti mi trovo alla festa multietnica della Cirenaica, la nona, intitolata: “Indovina chi viene a pranzo” invitati da Roberto Morgantini. Raggiungo il bar Jolly e trovo subito Valerio con un look decisamente sopra le righe! Mi presenta “il tecnico” che Continua a leggere

Faccia di bronzo

Anche in una sagra di paese si può scoprire l’arte…infatti, passando dall’entrata del Comune, noto alcune sculture strane, lunghe, sinuose ma… ALT faccio un passo indietro! prima ancora mi colpisce un dipinto con delle bambole appiccicate ad un quadro con della vernice sopra. Appiccicate, spiaccicate, spalmate, come in un film dei più trash. Penso subito al genere horror e deduco che l’autore sia un giovane contemporaneo.

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Vado avanti e osservo una statua con una maschera rossa che mi ricorda tanto un film di Kubrick, in quella posizione beffarda e misteriosa…

poi una figura femminile sottile, magra, filiforme che mostra nei palmi delle mani due sfere e io m’immagino che abbia in pugno la situazione…indossa un abito bellissimo, di un pizzo pregiato, ma come avrà fatto a scolpirlo?

Guardo, osservo, fotografo, cerco. Continua a leggere

Pausa pranzo con Zhang

Magari io e Zhang ci siamo incrociati nel 1989 in centro a Bologna. Mentre io iniziavo a fare la commessa, lui imparava la street – art! in ogni caso, ci siamo incontrati sabato, seppure metaforicamente, nella mia pausa pranzo. Infatti, eccomi a Palazzo Fava per scoprire la mostra ” META – MORPHOSIS  di Zhang Dali: 220 opere sparse tra dipinti, sculture, foto e installazioni.
Senza saperlo scopro che oltre al 1989, abbiamo qualcos’altro in comune visto che tutte le sue opere sono una riflessione sulla perdita della memoria.

Nell’atrio scorgo la prima opera e solo successivamente scopro che la firma di Zhang è AK-47 (sigla di un’arma) o K18 (sigla dell’oro) che sono i simboli della violenza e del potere economico.

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Parti di arte

Secondo sabato lavorativo con pausa pranzo libera. Libera nel senso vero… libera di trascorrerla a piacere, sola e senza sensi di colpa. Quindi ho scelto un pranzo veloce e una visita alla mostra di Luigi Busi a Palazzo d’Accursio.
La gradinata era deserta e imponente mentre con i tacchetti cercavo di non imbalzarmi. Nella sala espositiva c’erano una trentina di opere ma solo una mi è piaciuta particolarmente ed era proprio la locandina della mostra.

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Osservando tutta quella bravura però, ho scoperto qualcosa di nuovo: avvicinando la fotocamera per lo scatto, i particolari erano molto più interessanti di tutto l’insieme. Ecco allora che ho iniziato a fotografare mani, parti del viso, gioielli…
Poi ho capito che guardare l’arte è farne parte perché se le opere non avessero spettatori allora non esisterebbero.

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Pausa pranzo con Gallizio

Sabato non avevo molto tempo nella pausa pranzo, ma nemmeno troppo poco per rinunciarci, così ho ingoiato due pizzette di Altero raffreddate dalla pioggia incessante e sono corsa al Mambo il museo d’Arte Moderna.
Digiuna di ogni cosa, mi sono fidata semplicemente della mia curiosità. E già solo quella sensazione di attesa e di scoperta per quello che stavo per vedere, dava piacere a quella visita mordi e fuggi. Il museo era deserto e molte delle cose che ho visto non le ho capite, combattuta tra l’ignoranza e la logica del gusto. Certe cose sembrano voler solo stupire a tutti i costi senza avere alcun senso e se magari ce l’hanno è talmente nascosto che è come se non l’avessero…però mi ha affascinato un’opera dove qualche carta di giornale sovrapposta a plastica, veniva intitolata “Capanni al mare”. E guardandola mi sono spiegata che l’arte in fin dei conti è anche quello che ognuno riesce a vedere e a riflettere. Un fantoccio di pezza con la testa inclinata da una parte, stava in bella mostra sotto ad una teca in vetro…quindi chissà che mostra avrei mai potuto organizzare io con tutti i pupazzi che girano per casa…Ma mentre giravo nelle sale, cercavo la mia opera preferita, perché era per quella che dovevo essere andata lì, ma dovevo ancora scoprirla. Proprio verso la fine l’ho trovata e l’ho scelta come vincitrice: una tela gigantesca intitolata ” Il teorema di Pitagora” di Pinot Gallizio.

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