Una formica nel paese dei balocchi

Lunedì sera alle 21 ricevo una telefonata con un’invito per il giorno dopo alla RAI di Roma, per la trasmissione “La vita in diretta“. Poco dopo parlo al telefono con un operatore RAI per raccontargli la mia storia legata allo Zecchino d’Oro e all’Antoniano. Resta spiazzato dalla quantità di cose che ho da dirgli e m’invita a scrivergliele in una mail che infarcisco con tutte le informazioni necessarie, cercando di essere il più sintetico possibile!
1Il giorno dopo ricevo il biglietto del treno e Massimo, l’operatore, gentilmente mi spiega che farò un intervista di una ventina di minuti. Così tanti?!…In stazione compro TV Sorrisi e Canzoni dove trovo i testi delle canzoni del 60° Zecchino d’Oro e alle 10.53 salgo sul treno per Roma.
Durante il viaggio telefono, chatto, leggo, arrivando a destinazione all’una passata. Non ho fame quindi raggiungo subito l’autista che mi accompagna agli studi televisivi. All’ingresso trovo un piccolo ufficio con vetrata dove una ragazza, chiedendo i miei dati, mi rilascia il pass d’ingresso.
Striscio il pass e si apre una porta a scatto, 3piantonata da una guardia, come se stessi passando una frontiera…infatti sto entrando nel magico mondo della televisione! Una ragazza vestita come un poliziotto mi accompagna nello stabile, per raggiungere il camerino: stanza 132, l’unico riferimento per non perdermi in quei corridoi tutti uguali. Appoggio il mio borsone in juta e con un bel sospirone mi 4guardo allo specchio dicendomi di stare calma. Mi cambio, attacco il caricabatterie per il cellulare e la ragazza mi accompagna alla sala trucco dove incrocio Enrica Bonaccorti che mangia avidamente cubetti di grana, Sveva Sagramola e una signora della prova del cuoco di cui non so il nome. Continuo a fissare la Bonaccorti e in quel momento ricordo quando la vedevo in tv con mia madre e penso a quanto sia strano incontrare un personaggio pubblico che hai la sensazione di conoscere, perché ti ha tenuto compagnia per tanto tempo! incredibile vederlo da vicino nella quotidianità e non sapere nemmeno cosa dirgli! quindi taccio ma mi rifaccio col parrucchiere sardo che tra una spazzolata e un colpo di phon riesco a far cantare, dopo una tempesta di domande sulla sua infanzia non così felice, mentre la truccatrice a cui chiedo un trucco naturale, mi confessa di usare per sé solo il mascara…finalmente sono pronta e mi guardo ancora nello specchio, con una faccia che non è la mia,
5cercando di “normalizzare” i capelli…critico le rughe che si vedono il doppio ma la Bonaccorti mi rassicura dicendo che con le luci tutto cambia, poi mi ringrazia per averle ceduto il posto visto che lei va in onda prima di me. Esco nel corridoio, cerco l’ascensore e raggiungo il terzo piano dove c’è lo studio della “Vita in Diretta”, stipata tra una suor Paola e altri vips. Lascio la borsa al guardaroba e oltrepasso la normalità…eccomi nel mondo dei balocchi: “lo studio televisivo” dove tutti giocano ad essere migliori. Finalmente conosco di persona Massimo che mi fa domande con vero interesse anche personale e mi spiega la scaletta dell’intervista, ma più parla e più cresce la paura per le troppe cose da dire, in diretta e senza nessun incontro preliminare con la conduttrice Francesca Fialdini. Quindi le mani iniziano a sudare poi diventano ghiacciate mentre l’attesa durante la trasmissione sembra infinita, nonostante le chiacchiere e le rassicurazioni della parrucchiera e della truccatrice. Intanto tra me e me mi dico che non c’è niente da fare, che questo è un marchio di fabbrica di Mariele che ci ha sempre insegnato ad essere preparati, a fare una prova e ad essere normali. Quindi la mia agitazione altro non è che “normale” visto che ho voglia di dire tante cose e dirle bene!  A un certo punto entro nello studio e mi accorgo che stanno cambiando la scenografia e quelle belle poltroncine sulle quali facevano salotto gli ospiti precedenti fino a pochi minuti prima, ora vengono sostituite da tre sgabelli altissimi, così continuo a ripetere a Massimo: “No, non può essere sono altissimi, come faccio?”…ma non c’è tempo, via, salgo incerta, a fatica e lo sgabello bianco in pelle traballa in una risata generale del pubblico in studio. Fantastico un ottimo inizio! così puntello bene i tacchi e cerco di rilassare le braccia mentre conosco in fretta e furia la conduttrice Francesca, prima che inizi il collegamento. Le chiedo di ricordarsi del Cuore dello Zecchino ed ecco che lei è già sorridente nella sua postazione. “Che sangue freddo” penso e nel frattempo trovo solidarietà tra una persona del pubblico che capisce la mia tensione e m’incoraggia con un sorriso. E via che parte il servizio mentre Marco Liorni è proprio a pochi metri da me (mi è sempre piaciuto tanto!) tra filmati e domande che poco hanno a che vedere con quelle delle istruzioni precedenti ma io cerco di sorridere, di ragionare in fretta e di non farmi schiacciare dal tempo che fa da padrone.

Intanto continuo a cercare di capire il ruolo di Matilde Brandi nell’intervista, che viene svelato dalla sua partecipazione come “ospite” allo Zecchino d’Oro, in veste di ballerina con le figlie. Mi spavento quando la conduttrice mi chiede del “metodo Mariele” ma io non sono una musicista e credo che Sabrina Simoni dopo 22 anni di direzione, di metodo ne abbia uno suo! Quindi fiduciosa continuo ad aspettare le domande pattuite, tra un commento della mia compare e un filmato ma in men che non si dica, la conduttrice mi sorride con un “Grazie per essere state con noi, forza Francesca” e tutto finisce. Scendo dall’altezza dello sgabello ed esco dallo studio “formica”. Infatti, è proprio la formica della Teresina che volevano senza aggiungere altro. Anche se quella formica da gennaio cerca briciole di storia e di storie per raccontare il mondo Antoniano nel sito di Testimonianze Musicali, raccogliendo le emozioni delle musiche che hanno nutrito chissà quante persone. Perché il nutrimento dell’anima è importante quanto quello del corpo e l’Antoniano cura entrambi.
La stessa formica che è dovuta tornare bambina per raccontare la sua storia nel diario “MI MU MA, di Mio, di Musica, di Mariele“.
Hanno avuto tutti gli elementi per dare uno spessore diverso all’intervista ma non sono serviti. Al termine Francesca mi saluta e mi chiede come mai sono così timida nonostante tutte 2quelle esperienze e le spiego che dipende dalla mia formazione che impone di fare le cose bene…poi facciamo una foto insieme con l’augurio di rivederci sabato per lo Zecchino. Riprendo la borsa al guardaroba, ripercorro i corridoi, raggiungo il camerino e mi rimetto i vestiti comodi che con quel trucco non centrano granché.
Chiedo una foto ricordo e riprendo il taxi per la stazione.
Sono delusa per tutte le cose che avrei voluto dire, per i tempi televisivi, per le scelte delle domande ma quando sono sul treno mi accorgo di una cosa: non ho mangiato! in preda ad un calo di adrenalina, ho freddo e fame, sbranerei qualsiasi cosa e sogno un pezzo di pane a morsi e una doccia bollente!
Tra poche ore li avrò.. e un po’ mi vergogno…tornando formica, perché anch’io come molti, ho dimenticato che il fine principale dello Zecchino d’Oro è la solidarietà.

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Un musical d’oro zecchino

Seduta nella fila P al numero 12 ho aspettato curiosa l’inizio del musical. La prima sensazione provata, un brivido lungo le braccia, vedendo l’omino della luna, bianco, esile, aggraziato e tanto simile all’uomo di latta del mago di Oz che, col suo luccichio, mi ha riportata indietro nel tempo, quando m’incantavo a guardare i brillantini delle sfere di Natale. E poi ecco Alice e la sua mamma, due donne morbide nelle forme (finalmente!) e nelle voci, in una camera da letto che tanto mi ricordava un film di Walt Disney dalle tinte rassicuranti mentre uno degli attori si mimetizzava in una montagna di giocattoli. Finalmente le musiche che dovevano essere diverse ma non snaturate e che ho trovato sorprendentemente appropriate. La storia cucita con semplicità e gusto tra i miagolii di Biancolatte, il gatto che doveva essere nero, una fantastica cattiva, la strega Obscura e tanti altri personaggi legati alle canzoni come la signora Peppina con la sua caffettiera gigante, il carciofo che ballava e cantava con delle verdure spassose, un buffissimo Aladino “girante” e cambi di scena veloci e di effetto senza noia nè fretta, dentro un’armonia scorrevole. Mi sono piaciuti tanto anche gli attori: Giada Maragno (la strega Obscura) Enzo Forleo (l’omino della luna) Stefano Colli (il carciofo) Maddalena Luppi (la Peppina) Rebecca Pecoriello (Alice) Gennaro Cataldo (il torero) tutti misurati nella musica e nei movimenti, piacevoli le canzoni e i balletti senza mai cadere nel ridicolo.
Insomma io ero contenta, grande e bambina insieme, divertita e rammollita nel sentir parlare della “nostalgia”, scatenata negli applausi e curiosa nell’ascolto in un’insieme di emozioni che mi ha fatto bene. Sì, perché vedere cose belle fa bene e scoprire quante belle cose si possano realizzare con le musiche dello Zecchino è la conferma di quanto sia importante, non solo per una fanatica come me. Certo mi sarebbe piaciuto ritrovare la mia “Teresina” ma chissà?!…Magari questo potrebbe essere il primo di una lunga serie considerando la vastità del repertorio Zecchino nelle musiche e nelle tematiche!

La moneta dello zecchino d’oro e le sue canzoni sono stati il filo conduttore del musical, testimoniando ancora una volta come si possano mescolare a meraviglia passato e presente, semplicità e bravura.

Ciliegina sulla torta quando ho scoperto che la maestra di canto della strega è stata una bambina dello Zecchino d’Oro e del Piccolo Coro, perché la storia fa dei bellissimi giri.

Infine poche parole con Patrizio Maria D’Artista, autore degli arrangiamenti e Raffaele Latagliata (che oggi festeggiava il suo compleanno!)  con quella semplicità che rende grandi le persone!

GOLOSITÀ NECESSARIA

Essendo una golosa di emozioni, appena annuso un’occasione nell’aria, cerco di approfittarne. Così ieri sera sono andata in chiesa ad ascoltare il concerto spirituale di due cori, in uno dei quali ho cantato fino a poco tempo fa. Nella penombra, sola, sulla panca, mi ha fatto uno strano effetto trovarmi dall’altra parte. Riuscivo ad osservare in modo diverso lo svolgimento del concerto, guardando le espressioni e i movimenti dei coristi, ognuno con la sua personale interpretazione. Erano abbastanza amalgamati tranne una, che certamente é la più esperta tecnicamente, ma che non ha chiaro il concetto di “coro” dove le voci devono essere una. A un certo punto hanno cantato “Notre pere” e “O sacrum convivium” disponendosi in cerchio attorno alle panche, come piaceva tanto a me che era il punto del concerto che preferivo, dove le voci vibravano, rimbombavano e ti rimbalzavano addosso con qualcosa in più. Ecco, per quei due canti non ho resistito e la voce mi é uscita come per necessità, facendomi capire ancora una volta come sono fatta. E poi anche stavolta ho soddisfatto la mia golosità…

CHI È LEI?

Quando ho scattato questa foto ero nel camerino di uno studio televisivo, chiamata per caso poche ore prima. Ricordo perfettamente che ho avuto un momento di smarrimento quando vedendomi riflessa nello specchio ho visto l’altra che mi ha chiesto che cosa stessi cercando. Perché é così che mi sono abituata ad andare avanti, giorno per giorno, cercando di avere sempre tutto sotto controllo. Ma questo attaggiamento rivela soltanto insicurezza e paura. Tutte le volte che ho mollato la presa, mi sono scoperta incredibilmente coraggiosa, creativa e leggera. E anche in quel pomeriggio d’estate dopo l’esperienza in quello studio romano, ho capito quanto sia importante cavalcare le onde di vento e di mare, quelle che innalzano e quelle che affogano. Meglio il continuo movimento che una terribile immobilità.

“Dentro” Vincent Van Gogh, “fuori” Charles Camille Saint-Saëns

Qualche giorno fa, ho visitato a Bologna, la mostra Van Gogh Alive .
Dopo aver fatto una discreta fila, ho passato un corridoio dove c’era qualche breve spiegazione su alcune opere del pittore e la riproduzione della sua stanza. Poi all’improvviso mi sono ritrovata all’interno della ex chiesa di San Mattia, dove c’erano mega schermi ovunque. Al buio ho cercato la postazione migliore e mi sono seduta. Davanti a me si stendevano sul pavimento delle immagini, altre di fronte e poi di fianco, sopra, dietro, tant’è che a un certo punto mi è venuta la nausea perché non mi volevo perdere niente. Avida di desiderio di conoscere, di catturare, comprendere, in mezzo ad una chiesa tappezzata di immagini, 800 opere di Van Gogh, impreziosite dalle musiche di Vivaldi, Ledbury, Tobin, Lalo, Barber, Schubert, Satie, Godard, Bach, Chabrier, Satie, Saint-Saëns, Godard, Handel in un tripudio di sensazioni. Le frasi, mescolate alle immagini e alle musiche creavano una specie di mondo parallelo dove lasciare libera la propria sensibilità. Ed ero tremendamente attratta dalle scritte  che leggevo con “i miei significati” e tutto quel blu che mi faceva sentire nel mondo giusto, quello del colore, della vivacità, dei cieli stellati. Sarei rimasta lì dentro per un tempo infinito e più cercavo di catturare immagini col telefonino e più mi accorgevo di quanto fosse impossibile. Perché l’arte è come un vestito che devi aver voglia d’indossare, spogliandoti di quelli che hai addosso.


La bellezza dell’arte è la diversità di ciò che lascia ad ognuno.
Grazie a questa mostra, ho scoperto che uno dei brani era: “Il carnevale degli animali” (Le Carnaval des Animaux) del compositore  Charles Camille Saint-Saëns.
Una composizione di 14 brani, tutti molto brevi, che si riferiscono ciascuno ad un animale.
The Carnival of the Animals
1. Marcha Real del león 2:06 2. Gallinas y pollos 0:51 3. Asnos selvajes 0:37 4. Tortugas 1:51 5. Elefante 1:30 6. Canguros 0:59 7. Acuario 1:59 8. Seres con largas orejas 0:35 9. Cuco en el bosque 1:58 10. Pajarería 1:19 11. Pianistas 1:14 12. Fósiles 1:14 13. Los cisnes 2:45 14. Fin 1:55