Mentre nelle scatole mediatiche brillava il Festival di Sanremo, noi eravamo altrove.
Al Teatro del Navile si riuniva un gruppo di ricercatori dissidenti. Dissidenti non per moda, ma per necessità. Perché non si accontentano. Perché non si uniformano. Perché sentono che la massa non basta quando dentro qualcosa preme per nascere.
A guidarli, un’artista non per etichetta ma per verità. Non insegnava a scrivere una canzone: apriva spazi. E in quello spazio ciascuno ha iniziato a costruire il proprio mondo, piccolo o grande, ma autentico.
Non è stato romantico. È stato vero.
Abbiamo fatto i conti con il pudore che blocca parole e pensieri, con l’imbarazzo di esporsi, con la paura di sembrare ridicoli. Paura di non avere niente da dire. O di averne troppo. Roberta Giallo, con parole semplici e precise, non ci proteggeva: ci incoraggiava a restare.
Abbiamo attraversato piccoli esperimenti per risvegliare l’immaginazione sopita. Esercizi semplici solo in apparenza: afferrare immagini sfuggenti, trattenerle, legarle tra loro come palloncini ad elio che nell’infanzia rallegravano.
Immagini da non lasciare scappare, da trasformare in parole. Parole da scrivere in un cerchio, il nostro forziere dove custodirle, farle sedimentare, lasciarle maturare fino a diventare altro. Forse, nei prossimi incontri, la nostra canzone sperimentale.
Letture ad alta voce.
Frasi pescate da bigliettini.
Scenette teatrali improvvisate.
Riflessioni. Inflessioni emotive e vibranti.
Ognuno si è messo in gioco davvero. L’immaginazione non come fuga, ma come responsabilità. E in mezzo al lavoro sono accadute piccole coincidenze: parole che tornavano, immagini che si rincorrevano tra persone diverse. Non magia. Sintonia. Come se l’energia avesse deciso di scorrere nella stessa direzione.
Nel nostro girotondo emotivo c’erano tutti: la commozione, la paura, il divertimento, la meraviglia.
La commozione è arrivata forte, leggendo le poesie di Michelangelo che ci ha lasciato. Non abbiamo fatto in tempo a conoscerci meglio, ma le sue parole restano. La sua “La rivoluzione abbia inizio” non è uno slogan: è una chiamata.
“La banalità del bene,
diamo voce al bene,
diamo voce all’arte
diamo voce alla poesia
all’umanità, alla bellezza,
diamo voce
alla “CONTENTEZZA”.
La paura, intanto, non spariva. Saltellava con noi quando le immagini non arrivavano, quando la porticina interiore restava chiusa e sembrava inutile insistere. Ma restare lì, davanti a quella porta, era già un gesto di dissidenza.
Il divertimento faceva irruzione senza chiedere permesso. Persino un morto che parlava, con un’autenticità grottesca e spiazzante, diventava materia viva. Perché quando non ti uniformi, tutto può diventare linguaggio.
E poi la meraviglia. La più ostinata. Quella dalle braccia lunghe. Non si limitava a guardare: ci prendeva dentro. Ogni volta che qualcuno trovava una parola vera, una nota sincera, un frammento di sé, lei era lì.
Non stavamo solo scrivendo una canzone.
Stavamo facendo qualcosa di più semplice e più difficile: rifiutare l’omologazione, ascoltarci fino in fondo, provare a trovarci.

