Nel nido di Carla

Finalmente ho capito che le storie me le devo andare a cercare, soprattutto quelle “storiche”. Così di domenica pomeriggio imposto Santo Waze verso Modena. Dentro di me mi ripeto in continuazione che se si scollega internet non so più neanche tornare a casa, che disastro…ma riesco ad arrivare quasi in orario. Dalla superstrada noto giá quel palazzo rosso di cui ho avuto indicazione. Finalmente arrivo, con la schiena sudata e i muscoli tesi poi allento la tensione, spengo la macchina e respiro l’aria con una boccata grande. Eccomi. Fotografo il portone perché forse sarà l’unica immagine che potró postare insieme all’intervista, visto che la signora non vuole né foto, né audio, né video. Questa volta devo fare veramente la giornalista ma io giornalista non sono, però npn voglip rinunciare. Cerco il nome tra i tanti rettangolini luminosi ed é proprio tra gli ultimi che scorro con gli occhi. Piano 6. Suono. Tiro. Salgo con l’ascensore di quegli scatolotti soffocanti anni ’70 ma per fortuna non sono claustrofobica. Con uno scossone parte e in breve raggiungo il piano poco illuminato. Tento di decifrare i campanelli e poco dopo si apre una porta e sbuca una nuvola di capelli bianchi sopra un paio di occhiali appoggiati a due occhi vispi e vigili. É proprio lei e anche se non ci vedevamo da trentacinque anni, riconosco il suo sguardo severo e guizzante. É molto elegante negli abiti e nei modi e ci accomodiamo sul divano nella sala luminosa. Noto subito una grande vetrata e respiro compostezza. Sono nervosa perché la giornalista non l’ho mai fatta e non so sinceramente da dove iniziare, così cerco nello zaino blu, la mia copertina di Linus: l’agenda magica dove scrivo ogni cosa. Lei a fianco mi guarda silenziosa e mentre sfoglio le pagine mi osserva. Rompe l’imbarazzo dicendo: “mi piace come tieni questo quaderno” e io ne sono contenta! Un’artista che si complimenta per le mie pagine! Finalmente trovo le tracce di quello che avevo cercato sulla signora, attraverso internet e i libri di Padre Berardo. Così inizio le domanda con Paul Campani, il suo primo posto di lavoro. Lei racconta e io scrivo ma così non riesco a guardarla negli occhi e poi non sono cosí veloce da riuscire a riportare tutto. Parla dei suoi primi lavori di ricalco per poi passare alle scenografie, dei rapporti con i colleghi di lavoro più o meno corretti e del suo primo cambiamento da una palazzina all’altra e poi ancora in un altro studio per poi passare all’Antoniano nel 1973. Io avevo due anni. É stato Padre Berardo a cercarla, volerla e a insistere per averla come lavoratrice all’Antoniano. Lui, autoritario ma anche intuitivo, avendo scovato talenti dandogli spazio di espressione. E ascolto con attenzione ogni parola, ogni pausa, ogni intonazione nella voce di questa cadenza modenese. Parliamo di alcuni suoi lavori e mi spiega come sono nati: dalle infinite copertine dei dischi alle scenografie dello Zecchino d’Oro, dai biglietti augurali alle ceramiche, dai bassorilievi alle foglie di piante secche dove scrive alle amiche. E la sua ironia é sottile e parla basso come la sua voce. Io sono ammirata, come tutte le volte che colgo la luce di un illuminato, intendo dire qualcuno che ha acceso il suo talento! Dev’essere stato sorprendente quel giorno del 1973 entrare nello studio di registrazione e trovare dei nidi di uccellini giganti con i volatili appollaiati sui rami…e per la prima volta entrare in un mondo tutto a colori, considerando che ha realizzato proprio “la prima scenografia dello Zecchino d’Oro a colori”. Ma la mia gratitudine é grande perché da piccina quando cantavo nel piccolo coro, spesso mi entravano nell’immaginario i suoi cartoni in testa. E non le conto tutte le volte che ho sfogliato il libro di Arcibaldo, che é stato il suo primo lavoro per l’Antoniano.

Quando parliamo di questo libro prendo coraggio chiedole di poter registrare la voce e lei accetta perché tutta la sua diffidenza é sparita nel mio entusiasmo. Poi mi stupisce e sparisce in una stanza per tornare con delle foto che spargiamo sul tavolo, un libro delle edizioni Paoline, il suo primissimo disegno che conserva tutto piegato in una piccola busta e un quaderno delle elementari. Insieme leggiamo qualche frase, commentiamo e ridiamo. Ridiamo tanto. Mentre mi prepara un caffè rimpinzo il mio telefono di foto su foto di lei bambina, ragazza, dei suoi disegni che solo a guardarli mi fanno stare bene. E dal mio posto sul divano di fronte alla vetrata, vuole farmi vedere anche la cucina, la camera, il suo tavolo luminoso…da tempo non disegna granché se non un biglietto augurale natalizio per le opere pie. Parliamo, parliamo anche quando dico di dover andare passa almeno un’altra ora perché in ogni punto della casa spuntano angoli d’arte e racconti.

Ci salutiamo con la promessa di rivederci presto e ….quando accadrà lo racconterò…

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