É stata una splendida idea andare tutti e cinque a San Luca: la mia famiglia e la mia amica toscana.
Erano più di dieci anni che non ci tornavo. Quante volte li avevo percorsi tenendo stretto “un fioretto”!
Mi sentivo proprio fiera della mia bella Bologna e ammiravo i portici come se li vedessi per la prima volta.

Quasi quattro chilometri in salita, costeggiati dal panorama e dall’umidità.
Un percorso faticoso nello sforzo della salita e piacevole nel calore di tanti discorsi.
Zucchetta era furiosa e non voleva nemmeno scendere dalla macchina ma alla fine si é rassegnata, riprendendosi sulla via del ritorno.
Ma questa volta non ho permesso al mio orgoglio di “brava madre” di farmi rovinare la gita e ho semplicemente aspettato che passasse.
Quindi gli zucchetti ci hanno preceduto nelle loro corse di gambette scattanti.
Arrivati in cima abbiamo visitato il santuario, nell’ennesimo spettacolo di ricchezza e grandezza. Raggiunta l’abside, abbiamo ascoltato le parole di un religioso che parlava a dei bambini.
Quel poco che ho sentito mi é bastato per farmi scuotere la testa sia per i discorsi che per la monopolizzazione di un posto di tutti.
La toscana condivideva i miei stati d’animo in un malessere da riflessioni personali.

Ma ciò che si respira nelle chiese é una forma di bellezza unica che racchiude magnificenza e mistero al tempo stesso.

Prima di uscire, gli zucchetti hanno ascoltato la storia del Santuario con un’audio guida a pagamento.
Poco dopo, una signora ha urlato in un mezzo spagnolo che la chiesa avrebbe chiuso.
Noi aspettavamo che finisse la spiegazione. Aspettavamo. Che finisse.
Poi é arrivato il prete che poco prima regalava parole di bontà agli ospiti bambini.
Aveva il mazzo delle chiavi in mano e si era piazzato dietro di noi con una faccia nera come la sua accoglienza. Zucco ha abbozzato una domanda sulla Madonna di San Luca ma la sua risposta é stata secca e breve.
L’audio guida parlava, ancora. Il prete tintinnava le chiavi in un’impazienza fastidiosa. Tintinnava e aspettava. Eravamo tutti imbarazzati ma al tempo stesso fermi nella decisione di finire il racconto ai bambini.
E il guizzo l’ho avuto ma stavolta l’ho ricacciato per delicatezza nei confronti della mia amica.
Il guizzo mi suggeriva di guardarlo fisso negli occhi, quel figuro nero come la pece e chiedergli se quella era l’accoglienza adatta, nella “casa comune”. http://www.sanlucabo.org/accoglienza.html