Sono già trascorsi quattordici anni da quando Lucio Dalla ha “cambiato zona”. Eppure è presente più che mai. A Bologna, nel giorno del suo compleanno, gli eventi per ricordarlo non sono mancati, segno di quanto la sua musica continui a vivere nelle persone. Del resto la sua carriera, così mutaforme, ha saputo attraversare e raccogliere milioni di sensibilità diverse: ognuno lo sente e lo interpreta a modo proprio.
Mercoledì sera, al Camera Show, Lucio c’era eccome! Non come un ricordo distante, ma come qualcosa di vivo, condiviso. Ogni anima presente si è accesa: sul palco e tra il pubblico. Si respirava un’energia particolare: ognuno ha portato il proprio modo di avvicinarsi a Lucio, tra cover, parole e interpretazioni personali. Ne è nata una serata intensa, fatta di sfumature diverse che, una dopo l’altra, hanno continuato a illuminare il suo ricordo. Non è certo un caso, considerando che la scelta degli artisti è affidata a Roberta Giallo e Paolo Pollutri, che di sensibilità ne hanno davvero da vendere. E infatti sono stati in tanti a salire sul palco, provando a riempire quello spazio immensamente vuoto lasciato da Lucio.
Paolo e Roberta, però, non si limitano alla direzione artistica e alla conduzione: partecipano anche come interpreti. È proprio Paolo ad aprire la serata, al pianoforte, con “Cara”, creando fin da subito un clima raccolto e partecipe. Subito dopo, insieme a Roberta, racconta al pubblico cos’è il Camera Show:
«Un contenitore che vuole proporre artisti con proposte originali, in un ambiente molto familiare e di interscambio: di conoscenze, di arti».
Roberta completa il pensiero con la sua consueta schiettezza: «Giovani, vecchi… tutto! Ci interessa tutto ciò che è fatto con autenticità e cuore. In tempi come questi sono le colonne portanti: fare le cose con amore e con la gioia di farle». E proprio questa atmosfera di condivisione accompagna l’intera serata. Le parole aprono la strada alla poesia di Beatrice Zerbini con “Cara Anna, la casa”, un testo che sembra davvero far entrare in quella casa: ti affacci alla finestra e la senti attorno. La musica torna poi a farsi strada con Roberta al pianoforte in “Balla balla ballerino”, interpretata con la sua impronta personale, il suo stile acceso di giallo. Durante l’esibizione perfino il cavo vibra. Qualcuno sorride: si dice che Lucio fosse anche un grande burlone. Chissà che non chissà che non sia stato un suo piccolo guizzo sul palco…
Da lì in avanti la serata scorre come un racconto corale in cui musica e poesia si intrecciano naturalmente. Eva Laudace offre al pubblico la poesia “Ricevi la tua corona”, mentre Luigi Grella, insieme al fratello, porta sul palco fisarmonica, due chitarre e un suono caldo, comodo comodo. Il filo della parola ritorna con una lettura di un testo di Silvia Pappini interpretato da Michela Vita, blogger di Bologna in un click. Poi l’energia cambia improvvisamente registro con Pietro Ciocca, che affronta “Henna” con una forza tale da scuotere la platea. La poesia riaffiora ancora con Maria Pia Crisafulli, bolognese d’adozione. E viene quasi da pensare che spesso siano proprio i forestieri a guardare Bologna con uno stupore particolare, quello che talvolta chi ci vive rischia di dimenticare. Il viaggio musicale riprende quindi con Paolo e Roberta che si ritrovano insieme in “Anna e Marco”, un momento di grande complicità, seguito da Roberta sola con “Nuvolari”, ormai completamente filtrata dal suo stile. Tra le interpretazioni più delicate arriva poi quella di Samuela con “Felicità”: una versione che accarezza la canzone e la rende sorprendentemente intima, ricordando quanto sia raro riuscire a fare propria una melodia così conosciuta. A metà serata il palco si apre anche al pubblico. Partono i ricordi, semplici e preziosi. Un signore racconta di aver visto Lucio, trent’anni fa, girare con un maialino sotto il braccio. Un altra lo ricorda passeggiare sotto i portici del Pavaglione con il suo loden verde. Poi prende la parola una ragazza giovane che non l’ha mai incontrato ma dice solo che avrebbe voluto dirgli: “Grazie”. E dalla sala parte un applauso lungo, spontaneo. La musica riprende con Tizio Bononcini, che con l’ukulele affronta “Attenti al lupo” con la sua consueta leggerezza frizzante. Poco dopo Roberta e Paolo accennano “Futura”, quasi come un passaggio sospeso tra memoria e presente, prima del finale affidato a Simone Bertin con “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”, potente e trascinante.
Alla fine tutti sul palco cantando “Caro amico ti scrivo”. E lì viene spontaneo sentire quanta vita, quanta umanità, quanta gioia. E soprattutto: quanto avrebbe gradito Lucio? Serate così lo fanno venire naturale, questo pensiero. Perché permettono di ascoltare artisti di grande valore e ricordano quanto talento ci sia in giro, spesso lontano dai circuiti più visibili. Sono momenti preziosi, in cui la qualità incontra l’ascolto e nasce qualcosa di autentico tra chi si esibisce e chi è lì per condividere l’esperienza. Per questo va riconosciuto il merito a Davide De Rose, il gestore del locale, che ha aperto uno spazio che in città mancava: un luogo dove l’arte può circolare liberamente e dove la cultura torna a essere incontro, scoperta e condivisione.

