Un braccialetto colorato.
Una figurina luccicante.
Una cicles ad un gusto nuovo.
Un giro in bici.
Un giornalino.
Un profumo.
Un sapore.

Bastava anche solo una di queste cose per rendere una giornata speciale.

Leggerezza.

Poi ci si appesantisce.
Ci si distrae.
Ci si confonde.
E quella leggerezza diventa un ricordo che fa sorridere.

Bisogna togliere.
Bisogna buttare.
Per alleggerire.

Un paio di orecchini colorati.
Un disegno appeso al muro.
Una nuova ricetta.
Un giro in bici.
Un libro.
Un profumo.
Un sapore.

Torna quella leggerezza.

Molte persone, mi sembra, buttano via.
Si disfano di abiti, giochi, disegni, biglietti e tutto ciò che si ammonticchia nelle case.
Io no.
Io non ci riesco.
Mi affeziono alle cose come fossero viventi perché ognuna ha un ricordo appiccicato.
Ho cercato di capire questo mio atteggiamento ingombrante e credo che i motivi siano tre:
Il primo che, appunto, lega l’oggetto ad un ricordo,
Il secondo più venale, perché tutto ciò che compro l’ho guadagnato con fatica,
Il terzo perché i miei oggetti viventi sostituiscono le radici di quella casa dell’infanzia che non ho più.

Mi manca una casa, base di partenza, che sostituisco con le cose viventi.
Quindi le mie cose hanno tre legami.

Qualche volta mi sono sforzata di buttare, regalare e vendere ma a fatica.

Fortunatamente riesco a soccombere a questo vizio grazie al mio ordine maniacale.

Tempo fa, in garage, armata di coraggio ho deciso di fare un po’ di repulisti.
Ho iniziato ad aprire dei cartoni contenenti le scarpine dei bambini. Ero pronta poi non lo ero più.
Una pioggia di ricordi e una pioggia di lacrime.
Poi il cartone di alcuni vestitini e giochi.
Mi sembravano passati anni luce, forse per l’intensità di quei giorni.
La sdraietta, la culla, il cavallino a dondolo e altro ancora.
Ho lasciato tutto lì.

Il bello è che mia figlia sta imparando questo comportamento ed io fatico ad arrabbiarmi.

Prima o poi le cose diventeranno troppe ma forse sarò cambiata.