C’è un punto, camminando lungo la costa di Pescara, in cui compaiono i trabocchi: palafitte di legno nate per una pesca alternativa dalla riva, architetture leggere, sospese.
Sono partita proprio per vederli da vicino, per sentire cosa avessero da raccontarmi.
Passeggiare lungo la costa é un incontro: con il mare, con il vento, con il legno vissuto e con la sensazione che il tempo, qui, si sia fermato per respirare meglio e nello scoprirli trabocca bellezza.
Dai cartelli informativi ho scoperto che i trabocchi sono stati abbandonati dopo la seconda guerra mondiale e risistemati negli anni novanta, trasformandoli: da “rovine dimenticate” a simboli identitari di tutta una costa. Oggi quei trabocchi sono di nuovo vivi, sospesi tra cielo e l’acqua, ponti tra l’uomo e il suo immaginario, galleggianti a mezz’aria con la poesia di ciò che il tempo non ha piegato.

D’Annunzio, con il suo Trabocco Turchino, aveva già raccontato questa magia in parole.
“…all’estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e travi, simile a un ragno colossale…”. Così Gabriele D’Annunzio descriveva, nel 1894, il panorama dalla villa affittata presso San Vito Chietino nel romanzo Il trionfo della morte. E ancora: “La lunga e pertinace lotta contro la furia e l’insidia del flutto pareva scritta su la gran carcassa per mezzo di quei nodi, di quei chiodi, di quegli ordini. La macchina pareva vivere ad una vita propria, avere un’aria e una effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni e anni al sole, alla pioggia, alla rapida, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità esistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione speciali, un’impronta distinta come quella di una persona su cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuto la loro opera crudele”.

A me invece è bastato uno sguardo per sentire il cuore traboccare di blu.

E in fondo, forse, sui trabocchi oltre al pesce, si pescano frammenti di sé stessi, sospesi tra il blu del cielo e del mare.